Cos’è lo smart working e come ci si adegua al lavoro flessibile

Cos’è lo smart work? Il lavoro da casa, o comunque lontano dal luogo tradizionale e predisposto all’attività.

In Italia, sono già 250mila le persone che scelgono di lavorare per una parte del proprio tempo lontano dallo spazio consueto. Il dato, rilevato dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, registra un incremento del 40% sugli ultimi tre anni. Le grandi imprese che offrono questa possibilità sono passate dal 17% al 30% del totale in un solo anno. A queste si aggiunge l’11% di rispondenti che offrono la possibilità di lavorare con modalità agili, ma senza un progetto sistematico. Al conto, poi, vanno aggiunte le Pmi (solo il 5%, però, prevede modalità di lavoro remoto) e il risultato è che nella categoria degli smart worker rientra oggi il 7% di impiegati, quadri e dirigenti.

Insieme all’economia on-demand, però, cresce anche l’esercito dei freelance. Questi ultimi rappresenteranno oltre il 50% dei lavoratori entro il 2020. Va detto che quasi la metà dei freelance (il 43%) sono Millenials, una generazione di persone abituate a una modalità di esistenza più fluida e a un rapporto più stretto e diretto con le nuove tecnologia. Ma se non si è nati negli ultimi 25 anni, come si fa ad adattarsi al lavoro remoto? Basta seguire alcune semplici regole.

Quando si lavora fuori dall’ufficio, non c’è un superiore che monitora la gestione del tempo. Se da un lato è un bene, dall’altro implica l’autoanalisi dei propri progressi. Essendo a casa, infatti, c’è il rischio di procrastinare. Un trucco è la tabella a “blocchi di tempo”, gestire le giornate in “pacchetti” da quindici minuti. In pratica basta disegnare o stampare una tabella che riporta nella colonna di sinistra gli orari (divisi in blocchetti da quindici o trenta minuti) e i giorni della settimana nelle colonne di destra. Poi, si riporta nella tabella le attività di cui ci si deve occupare nel limite di tempo stabilito.

Rimanere in contatto con i propri colleghi e clienti è un must, per non perdere informazioni importanti in primis, ma anche per non sentirsi isolati. Assicurarsi di possedere i principali programmi di comunicazione è il primo step. Bisogna anche assicurarsi di essere raggiungibili negli orari di lavoro dei colleghi e non fate passare troppo tempo prima di evadere una richiesta.

Senza contatti vis-à-vis e il tradizionale ambiente d’ufficio può essere difficile mantenere alto l’interesse per quello che si fa. Nel caso dei freelance, l’aspetto economico è uno straordinario motore di motivazione: il compenso è determinato dalla quantità di lavoro che si è in grado di investire. E questo, più che un vincolo, andrebbe visto come un’opportunità. Bisogna comunque tenere accesa la passione per il proprio lavoro, specie quando ha delle componenti creative, è un modo per alimentare la motivazione.

Poi, valutare le priorità dei propri impegni e distribuire in maniera attenta risorse ed energie è l’unico modo per evitare un burnout. Con lo smart working, ci sono poche persone a portata di voce a cui chiedere aiuto. Perciò bisogna essere in grado di prendere le proprie decisioni autonomamente e risolvere i problemi quando si presentano.

Quando la casa è l’ufficio, anche l’ufficio è la propria casa, per questo è determinante stabilire dei confini. Se non si deve fare fronte a una richiesta dell’ultimo minuto o a un’emergenza, non usare il computer nel fine settimana, ad esempio. Se lavoraste in ufficio vi intrufolereste all’interno fuori orario? Gli esperti, inoltre, suggeriscono di stabilire degli orari e di condividerli con i membri della famiglia e con i colleghi. Se può apparire conveniente per un imprenditore che i propri dipendenti lavorino in remoto un numero di ore superiore a quelle che farebbero in ufficio, il rischio sono la stanchezza e la disaffezione per il proprio lavoro.

Infine, essere un freelance dà la flessibilità necessaria per lavorare in remoto, ma non bisogna dimenticare che è anche un business. “Le statistiche dicono che già oggi un lavoratore su tre guadagna almeno una parte del proprio stipendio come freelance.

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